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 [Saggio breve] L'agonia del testo e le serie tv americane

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Solaris
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MessaggioOggetto: [Saggio breve] L'agonia del testo e le serie tv americane   Sab Apr 12, 2008 7:28 pm

C'è qualcosa che hanno capito in America, qualcosa di non secondario e tremendamente urgente.
Il proliferare delle famigerate serie televisive è un fenomeno che va al di là del marketing stesso, dell'industria dello spettacolo e del suo futuro.
La serialità non è serialità semplice. Il prodotto che si è imposto sul mercato ha qualcosa di diverso dal romanzo borghese affermatosi nei generi del già dimenticato Novecento. La letteratura di massa intendo, quella pur giovane produzione non sfuggita agli occhi sapienti di Adorno e compagnia, costituitasi in declinazioni di genere significative e non solo formali nel giallo, nel rosa, nel nero.
La serialità televisiva, o forse meglio dire satellitare viste le positive e progressive sorti distributive del menage, apre nuovi orizzonti espressivi significanti: la scrittura di una serie probabilmente è quanto di più attuale linguisticamente e artisticamente si possa rilevare sull'orizzonte dell'immagine in movimento. Non tremino gli aristocratici del cinema, ma si preoccupino di non rimanere al palo. Il fulcro di questa soluzione di continuità, la matrice rivoluzionaria in questione risiede, a mio parere, nel cogliere il superamento dell'organizzazione testuale, producendo un'esplosione della narrazione "parlata" assai affine al modus comunicandi in essere e a venire.

La diegesi scomposta non è propriamente una novità, il decostruzionismo del flusso storico ha un sapore di deja vu quasi noioso al solo accennarne la forza. Infatti pur cogliendone il monito la testualità pare inevitabilmente essersi ancorata a un revanchismo ottocentesco, entro cui l'essenziale disposizione dei fatti è pervasa di emotiva introspezione quanto di passivo accostarsi alla forma, tendendo alla riproposizione di strutture consolidate e modulari. Testa, corpo, conclusione sono le tessere che sin dalla prima formazione costituiscono la base del puzzle, il sollievo logico del postulato secondo cui l'atto creativo asserve alla riconoscibilità dell'ambiente (linguistico) entro cui la vicenda narrata si genera, nasce, invecchia, muore - possibilmente afferendo a un senso di integrazione e assimilazione.

Questa serialità, sì testuale, si impone a 360 gradi, letterarizzando sostanzialmente le possibilità d'espressione concluse o necessitanti conclusione: un romanzo, un film, sono oggetti forse mai così superficialmente affini nei propri tratti endemici. Tuttavia la sensazione è che una restaurazione di tal fatta, perchè di restaurazione si deve parlare a fronte dei movimenti e dei tentativi di qualche decennio fa, non risponda ai cambiamenti già in atto, già costitutivi riguardanti la narrazione del contesto in cui queste azioni creative si assiedono come un arredamento di basso costo, funzionalità certa, durata incerta. E' scrittura IKEA, è un catalogo di alternative false entro cui circoscrivere sostanzialmente un bisogno da soddisfare ignorando la distanza tra i mezzi a disposizione e l'obiettivo che si impone: la bellezza, la coerenza, la costruzione di un'armonia nello spazio casalingo del tempo libero, quello trascorso tra le mura familiari del senso comune. La serialità televisiva made in USA ha recentemente superato il vincolo del consuming cogliendo le potenzialità - o forse l'esigenza? - di un tessuto stilistico e concettuale diverso, frantumato e composito, esploso ma non ricomposto, ordito di interrogativi e inquietudini non funzionalmente aggregate ma agenti sul punto storico in verticale - immaginando facilmente quanto illustrato prima come un orgoglioso disporre orizzontale del consueto: la puntata non è un capitolo, l'episodio è quanto di più lontano sia immaginabile dalla pagina del romanzo d'appendice.

Prendendo in analisi i prodotti e le loro genesi appare chiaro come la testa, il corpo e la conclusione non siano più gli elementi presi in considerazione se non nella tabella industriale, fisiologica, del prodotto stesso: la scrittura di infiniti incipit è la base entro cui si annida l'evoluzione del testo, mentre l'unità basica costitutiva diventa di per sè opera senza passato e senza futuro. La sceneggiatura è un documento in questo senso chiarificatore: Lost, esempio significativo, non ha conclusione nella mente dei suoi autori, nè sembra avere importanza ne abbia nell'evoluzione del prodotto; Lost non ha una testa ma un primo episodio entro cui si intuisce da subito come gli incipit saranno oggetto di interrogativo e ricerca (dai flashback individuali al motivo originario della crisi); Lost non ha un corpo, uno svolgimento, ma infiniti svolgimenti entro cui l'autore sceglie perseguendo la codificazione di punti, nodi autosufficienti persino in un corpus evidentemente non autoconclusivo.

La scrittura delle serie tv nonostante un simile ardimento - concretizzatosi tra l'altro in logiche opportunistiche affascinanti: il pubblico segue? si continua, il pubblico lascia? si rilancia o si abbandona - sembrano tuttavia al momento catalizzare l'attenzione dei media come sorgente di introiti difficilmente estinguibile e non riducibile a una fase già definita del mercato. Ma una scrittura così articolata perchè risulta, perchè mi risulta così interessante? Probabilmente sono predisposto a subirne la fascinazione, o solo è il dubbio che ci sia una relazione tra la restaurazione formale detta e il Potere smarrito della testualità, incapace di porre in discussione l'ordine vigente - Ordine politico, Ordine letterario - o solo congelata in questa incapacità per la mera finalità di autoconservazione di autorità prive di autorevolezza, in special modo laddove si attribuice alla testualità il Potere che s'ha cura di negare.

Le serie tv americane, intanto, crescono nella complessità che sono in grado di rendere, gestire, restituire, attaccare: e non mi sorprenderebbe che la miopia progettuale, forse tipicamente italiana, forse no, di focalizzare sul grado di innovazione in esse annidato si riveli precursore di una prossima, ulteriore, sudditanza della testualità al visivo, privando la testualità stessa dell'evoluzione da cui non può prescindere per sopravvivere, con tutte le conseguenze che questo sacrificio comporta.

A.
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nu



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MessaggioOggetto: Re: [Saggio breve] L'agonia del testo e le serie tv americane   Sab Apr 12, 2008 11:25 pm

Condivido quanto dici.
Faccio un altro esempio: "Heroes" una delle ultime serie che ha avuto notevole successo.
Non c'è una testa, inizialmente è tutto molto confuso, non si sa molto del passato dei protagonisti, essi stessi tra loro neanche si conoscono. E' uno svolgimento continuo. Si fa fatica a star dietro a tutto, chi guarda deve fare un certo sforzo per capire la trama, almeno inizialmente finchè gli intenti non si chiariscono. Ad una voce fuori campo sono poi affidate lunghe riflessioni sull'esistenza umana, sui quesiti che angosciano gli individui, sulla difficoltà di scegliere, ecc...il tutto rapportato alla trama, arricchendo la psicologia dei protagonisti e permettendo agli spettatori di immedesimarsi in una situazione del tutto particolare dal momento che si tratta di eroi.
Se la forma con cui è stato realizzato il telefilm si trasferisse in un romanzo, con medesimo contenuto, secondo me sarebbe difficile coglierne la "bellezza". Risulterebbe troppo frammentato.
La nostra tradizione letteraria, la forma tradizionale del romanzo, quella che viene spiegata tra i banchi di scuola è ancora molto forte. Noi lettori forse non siamo più abituati ad una lettura o letteratura "altra".
Ci sono dei canoni troppo rigidi oltre i quali è difficile andare.
Davanti ad una struttura complessa, o semplicemente diversa, sembra quasi difficile cogliere il contenuto.
Io credo che i telefilm hanno il vantaggio della visibilità, per cui anche una forma poco tradizionale viene accettata in nome della spettacolarità delle immagini, o della curiosità che a volte si riesce a suscitare più con le immagini che con le parole.
Però credo che come in tutte le cose ci vorrebbero dei tentativi...io sono una lettrice molto disponibile e mi piacerebbe leggere qualcosa di stravolgente.
La qualità più bella della lingua è la "produttività" cioè la possibilità di combinare le parole nei modi più svariati al fine di rappresentare mondi nuovi. Secondo me i geni, nella storia della letteratura sono stati coloro che hanno saputo usare la lingua a 360 gradi.
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