Al Dolphin Hotel

Mi accade spesso di sognare l’Albergo del Delfino.
 
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 tesi

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senza



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MessaggioTitolo: tesi   Dom Mag 30, 2010 7:51 pm

ciao ragazzi, mi rivolgo a voi perché il mio professore-relatore è un uomo introvabile
mi mancano pochi esami e sto già iniziando a preparare la tesi, qualcuno ha consigli da darmi su come si redige una tesi? calcolate una cosa: io scrivo tantissimo, per esempio sono stata quella che ha fatto la tesina più lunga per il diploma del liceo, purtroppo c'è un limite, e anche molto basso, di pagine da scrivere... ecco, come seleziono il materiale? se metto i numeretti e poi aggiungo cose a pié di pagina sono considerate parte del testo o può essere un escamotage?
comunque accetto qualsiasi genere di consiglio!
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stramma

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Dom Mag 30, 2010 8:09 pm

ciao Senza!
è un pochino difficile darti consigli non generici non sapendo neanche qual è l'argomento della tua tesi, però butto lì un'idea: una "tesi" è qualcosa che va dimostrato, quindi o il tesista all'inizio dichiara cosa vuole dimostrare e poi nel corso della dissertazione lo fa e conclude dicendo "ve l'avevo detto io!", oppure parte facendosi una domanda e cerca la soluzione cammin facendo (=scrivendo).
Una buona tesi non è una tesi lunga, ma una tesi centrata sull'argomento, chiara (attenta alla punteggiatura, senzina!!!) e originale.
Ora, in quanto a originalità, mi pare che tu ne abbia da vendere. Per il resto è disciplina! :-)

Tantissimi in bocca al lupo... e, come si dice da queste parti, "sfondali!" flower
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melitta

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Mer Giu 02, 2010 1:25 am

Guarda, l'unico consiglio che mi sento di darti è di comperare il libro di Umberto Eco dal titolo "Come si fa una tesi di laurea". Anche se è stato scritto più di trent'anni fa, credo vada ancora bene, proprio perché spiega in modo chiarissimo come strutturare i capitoli, i paragrafi, le note e la bibliografia.

Quando toccò a me scrivere la tesi (nel 1978 farao ), lo lessi e rilessi più volte: fu per me una sorta di breviario. Risultato? 110 e lode, anche per l'accuratezza e la "pulizia" con cui avevo redatto il mio tomo (che era però di 300 pagine Sleep , ma ai miei tempi di una tesi si apprezzavano soprattutto la corposità, la parte sperimentale e la ricchezza della bibliografia).

In bocc at the lup!
study
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Elly

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Ven Giu 04, 2010 11:45 am

Se parli della tesina per la triennale, ti consiglio di puntare sulla semplicità e imparare a "tagliare". Anche dover rientrare in un numero massimo di pagine/battute è un esercizio formativo, insegna a circoscrivere un argomento e centrare il punto senza divagare.

Se parli della tesi specialistica, concordo con Melitta sul libro di Eco, ma di più nun zo perché ci sto impantanata anch'io e sto impazzendo T____T
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Dom Giu 06, 2010 3:48 pm

allora, sono alla triennale e la mia tesi verterà sull'estetica di Adorno, in particolare sull'industria culturale, cioè in poche parole su come la pittura contemporanea si sia trasformata in pubblicità. il limite di pagine massime è davvero sconfortante, mi pare 100 pagine word corpo 12 ma con interlinea doppia, cioè sembrerà un libro per bambini più che una tesi universitaria...
mi affido a voi anche su un'altra questione dato che il mio professore non è ancora reperibile ( ma cosa fa quell'uomo? sono più le volte che lo incontro di sera in giro che quelle che è presente all'orario di ricevimento!! ) volevo chiedervi: quanto ci vuole più o meno per scrivere una tesi? devo decidere se fare una corsa o aspettare la prossima sessione, e sinceramente penso di decidere il mio futuro accademico entro questa settimana, quindi attenti a cosa mi rispondete, sono nelle vostre mani!
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Elly

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Lun Giu 07, 2010 1:34 pm

Guarda, la tesi triennale è un lavoro abbastanza semplice, quindi stai tranquilla. Più che una tesi è una tesina, in cui non devi dimostrare nulla, ma solo parlare di un argomento. Una volta letto il materiale necessario e centrato l'argomento specifico, a scriverla ci vuole poco; io a suo tempo ci ho messo un mesetto, correzioni comprese (ma se uno ci si mette, può farla anche in meno tempo).

Per "prossima sessione" intendi settembre?

Secondo me, se rientri nelle scadenze amministrative della sessione di luglio (la richiesta di laurea va fatta con un certo anticipo), se hai finito glin esami e devi sono scrivere la tesina, puoi farcela tranquillamente anche per l'estate. Magari ti barrichi in casa 20 giorni e lavori solo a quello, ma dovresti farcela senza problemi.

Ovviamente ci sono altre variabili, tipo se il professore è uno che neanche la legge o se invece te la corregge sul serio... Comunque imho la cosa è fattibile.

In the mouth of the wolf!
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Gio Giu 10, 2010 12:25 am

oddio, in 20 giorni?? per quello che riguarda l'università sono un po' perfettina, nel senso che di solito sono quella che dice "non ho studiato, tutto è perduto" e poi prende 30. certo, ci sono anche le volte in cui dico "massì ho studiato, ormai so a memoria i verbi francesi" e poi prendo 22. ecco, poiché dovrò ripetere ques'esame, ed in quanto vorrei che la mia tesi fosse perfetta, dubito di riuascire a scriverla in 2 mesi, 20 giorni sono davvero improponibili!
come hai fatto a metterci solo un mese?
e poi, siccome non farò la specialistica ( vado all'accademia! ) vorrei fosse una tesi fatta bene
il professore è un tipo introvabile, pensa che quando ho detto al mio ex ( che ha fatto la tesi della triennale con lo stesso professore ) l'avrei fatta con lui mi ha risposto "auguri!". quindi il fatto che non riesco a parlarci da 3 settimane credo sia solo l'inizio...
comunque grazie dei consigli, a giorni mi deciderò, o meglio, quando riuscirò a parlare col prof!
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Elly

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Lun Giu 14, 2010 3:45 pm

Citazione :
come hai fatto a metterci solo un mese?

Sono pur sempre la donna degli esami preparati in 24 ore... Razz Fare le cose in tempi improbabili e prendere 30 e lode con sculata finale è la mia specialità!

Scherzi a parte, la stesura in sé non porta via molto tempo (comunque, molto meno di quanto possa sembrare prima di mettercisi al lavoro)

Tra l'altro il voto finale dipende soprattutto dalla media, che a quanto ho capito hai abbastanza alta.

Comunque, se per scrupolo preferisci prenderti più tempo e rimandare a settembre, fallo: alla fine, chi ti corre dietro? L'importante è sentirsi tranquilli e soddisfatti, perciò fai la scelta che ti fa stare più serena

Smile
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Mar Giu 15, 2010 2:49 pm

ehm mmmm veramente si trattava di rimandare a gennaio! dici che sto esagerando?
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DT

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Dom Giu 20, 2010 8:16 pm

Ciao carissima,

ritorno sul Dolphin per leggere un messaggio privato - che poi si è rivelato essere il solito bot-spam - ed ecco che trovo un tuo post sulle difficoltà nella stesura nella tesi! Oggi ho la fortuna di avere del tempo libero, e quindi posso risponderti con dovizia di particolari. Il tuo messaggio è ormai un po' vecchiotto, spero però che i miei consigli possano ancora fruttare qualcosa.
Divido la risposta in due parti. Una riguardo alla lunghezza, l'altra concernente le notazioni tecniche. Cominciando dalla prima, mi vengono in mente due possibili alternative, che ti dimostrano anche che il tempo per fare una bella tesi è molto relativo:

1. Scrivi il saggio nella sua interezza e poi ritaglia quello che ti potrebbe servire.
Questa è la soluzione che di solito preferisco, per il fatto che consente di portare a compimento tutte le intuizioni e di attualizzare le idee che ti sono venute, senza perdere di vista l'obiettivo concreto che è laurearsi. L'unico inconveniente è che richiede molto tempo, perché il lavoro di riscrittura mirata è spesso più faticosa della stesura stessa (che già ti dovrebbe richiedere molte energie). Però, se questa tua tesi è molto ricca e hai in programma di presentarla ad un editore, un centro studi o altro, ci farei un pensiero.
Con questo spirito, l'impresa di stilare 100 cartelle con interlinea doppia non risulta né difficile né umiliante. Puoi infatti, ad esempio, prendere le considerazioni più originali e riformularle dando loro una strutturazione autonoma. O ancora, sviluppare un singolo capitolo, aggiungendo degli estratti dal resto del saggio e magari accludendo dei nuovi pensieri. Qualora poi, a riscrittura ultimata, ti dovessi rendere conto che la tesi è molto più povera rispetto al suo antenato, potrai sempre nobilitare la natura dei suoi risultati attraverso un incipit retoricamente efficace, del tipo: "Questa tesi costituisce un lavoro preparatorio ad un saggio su Adorno e la degenerazione della pittura in pubblicità. Come tale, essa intende impostare le basi del problema e fornire diversi spunti di indagine, che in questa sede non potranno essere pienamente giustificati". Con questa strategia, di riflesso ottieni anche l'effetto di stimolare il lettore o la comunità scientifica a consultare il saggio-matrice, che per tua scelta risulta anteriore allo stesso lavoro preparatorio.
Non interpretarla come una misura di compromesso. Ti assicuro che coi tempi che corrono, ed il numero spropositato di studenti-cialtroni che popolano l'università, un così semplice scrupolo basterebbe a garantirti un grado di serietà in più o persino a spianarti la strada per una prima pubblicazione.

2. Componi direttamente la tesi assumendo la limitazione come un punto di forza e non una costrizione.
Ti sembrerà strano sentirlo dire da me, ma i limiti di lunghezza entro cui sei costretta ad attenerti possono essere rovesciati a tuo vantaggio e superati. Lasciando perdere le implicazioni mistiche di questa idea, come ti ha già detto Elly essi possono rivelarsi un buon allenamento per rendere più compatta e vigorosa la tua interpretazione. La quale altrimenti rischierebbe di soccombere sotto un mucchio anche intelligente di parole.
In questi giorni sto riscrivendo su commissione il secondo capitolo della tesi su Democrito, con l'intento di trarne un piccolo articolo di massimo 30.000 caratteri (spazi inclusi). Ebbene, mi sto rendendo conto di star dando vita ad un'opera forse meno precisa, ma molto più interessante da un punto di vista filosofico. La mente del lettore riesce a cogliere con maggiore evidenza tutte le implicazioni dell'argomento ed i legami tra le premesse storiche da un lato, le conseguenze teoriche dall'altro. Chiunque avesse consultato la mia tesi per intero forse non se ne sarebbe reso conto.
Per questo motivo, non me la sento di concordare con quanti dicono che la tesi triennale è solo una fase di passaggio. In fondo, se si dimentica il contesto accademico in cui si inscrive, la sua dimensione è quella di un articolo scientifico di vaste dimensioni o di un saggio breve. E le cose più belle che autori come Benjamin od Auerbach hanno scritto rientrano proprio in questi generi, più che nei tomi Il dramma barocco tedesco o Mimesis. Il fatto che professori e studenti insieme la pensino diversamente non è un'obiezione: è solo sintomo del degrado a cui la formazione universitaria sta approdando.
L'ovvio inconveniente di questa alternativa è di trascinare al puntare a dei livelli di densità che nessun laureando si può permettere all'età di 21 anni o poco più. (Sempre ammesso che la tesi non sia il suo primo lavoro di critica, naturalmente). Di conseguenza, gli esempi dei due saggisti di cui sopra possono risultare fuorvianti e non affidabili.
Per riassumere, pur pensando che l'aforisma sia un inganno e che la brevità non sia sempre compagna del sapere, capisco anche che una sua prassi educata possa diventare veicolo di una conoscenza più sicura. E tuttavia, mi rendo anche conto che la sinteticità che ci si aspetta da un elaborato tesistico è diversa dalla densità di un saggio personale. Nel primo devi solo far trapelare un buon uso della retorica, e la capacità di argomentare/difendere una tua intuizione nel migliore dei casi, rinforzare il pensiero altrui in quello medio, parlare in modo generico ma comprensibile di qualcosa nel peggiore. (Per inciso, questo per me dovrebbe essere il prerequisito e non il punto d'arrivo di una carriera di studi, ma non ne parliamo...). Quanto si aggiunge è ben accetto ma non è indispensabile.

Per quel che riguarda le notazioni tecniche, il discorso è molto più semplice. Ti chiedo dunque scusa se adesso assumerò un tono didattico od asettico.
Di solito le note a piè di pagina servono a quattro cose: 1) indicare un riferimento bibliografico (cfr. Tizio, La morale di Caio e Sempronio, pp. 45-56), 2) riportare per completezza una citazione che hai parafrasato nel testo della pagina o di cui non compi l'esegesi puntuale, 3) abbandonarsi ad una digressione che non interessa l'argomento principale, 4) fornire un chiarimento. Pertanto, sono spiacente di doverti comunicare che il loro uso non risulta un utile "escamotage" per darti più spazio. Tutt'al più puoi cercare di sfruttarle diminuendo il numero degli argomenti a sostegno della tesi ed aumentando il numero delle digressioni accessorie. Ma sotto certi aspetti nemmeno questo conviene, visto che le note ti tolgono righe preziose e se molto estese possono arrivare a occuparti fino a mezza pagina. A quel punto, tanto varrebbe sopprimerle.
Sono invece un po' scettico riguardo al fatto che il volume di Eco possa aiutarti ad organizzare il lavoro, sia da un punto di vista pratico che da quello intellettuale. In fondo lui ti impone un suo modello, e per apprendere quelle poche nozioni di formattazione tecnica (tipo di impaginazione, abbreviazioni, ecc.) è sufficiente che tu ti avvalga della tesi di alcuni tuoi colleghi. Con questo non voglio togliere nulla all'ottimo esito di Melitta o negare che il testo le sia tornato utile. Voglio solo suggerire che esso sia stato determinato in gran parte dalle sue capacità e pochissimo dall'aiuto di questa monografia.
Tutto il resto comprende cose che secondo me non si possono insegnare - quali la strutturazione e l'esposizione efficace. Il saggista / il tesista che vuole raggiungere ottimi risultati ha bisogno della stessa dedizione, esercizio e propensione di chi si dedica al mestiere di poeta e scrittore. Anzi, sotto certi aspetti ne richiede anche di più, perché molte potenzialità della critica non sono state ancora esplorate. Se quindi io fossi un professore, e vedessi che il candidato ha applicato pedissequamente un modello od un gergo senza farlo proprio, lo penalizzerei molto.
Non è mia intenzione dissuaderti dal proseguire nella tesi su Adorno. Hai intelligenza e cultura sufficienti per poter realizzare uno splendido saggio. Però di sicuro ti manca l'esercizio, e forse anche la dedizione, altrimenti questi problemi non te li saresti posti o li avresti risolti da sola. Se quindi tieni a laurearti in modo brillante e non hai fretta, forse ti conviene rimandare a gennaio la tua seduta di laurea.

Se posso permettermi un ultimo consiglio, forse è meglio che tu cambi relatore. L'esperienza del tuo ex ed il fatto che un simile individuo non si faccia trovare all'orario di ricevimento, denotano come egli non si interessi troppo alla riflessione ed alla ricerca dei giovani. Abbiamo tutti bisogno di sceglierci dei maestri, anche se per un breve tempo e con la coscienza che prima o poi bisognerà ucciderli. Tanto vale in questa prima fase scegliersene uno bravo ed esigente, piuttosto che un mediocre od un delinquente.
Quando mi sono laureato alla triennale, mi sono rivolto ad un professore che sapevo già mi avrebbe intimato la conoscenza del greco, del latino e di almeno tre lingue straniere moderne. Ero inoltre cosciente che sarei stato lasciato in balia di me stesso. Ma una volta consegnata la tesi mi ha seguito e sostenuto con grande interesse, ponendomi critiche ed obiezioni anche forti laddove era indispensabile. Temo che il tuo insegnante di estetica non sarà disposto a fare lo stesso.
Gli altri sono liberissimi di scegliere il maestro che vogliono. Ma a quel punto, come dice un mio caro amico: "tanto peggio per chi se li sceglie sbagliati".

Un caro saluto,

Enrico.

PS: entro breve riceverai la risposta alla mail di un mese fa.
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Ven Giu 25, 2010 5:16 pm

DT! qual buon vento? felice del tuo ultilissimo intervento, nonché di sapere che sei in vita! guarda che aspetto ancora la tua e-mail eh?
per cambiare relatore dovrei cambiare anche tesi, so benissimo che non si tratta di un professore che segue molto gli studenti ma questo del resto mi permette di scrivere un po' quello che voglio senza dover essere guidata a dire cose che non mi vanno bene o a seguire per forza l'interpretazione che il professore ha fatto su un argomento ( sono molti quelli che vogliono discepoli più che pensatori autonomi ), ma del resto è lui il professore di estetica. inoltre ho avuto modo di conoscerlo un po' e lui ha già dimostrato in passato di apprezzare il mio modo di esprimermi
i tuoi consigli sono utili, li ho letti con interesse e credo anche di aver individuato quello la maniera di procedere che fa al caso mio, ovvero la prima: scriverò tutto quello che mi passa in mente e poi ritaglierò le parti più utili alla tesi. non perché pensi ad una pubblicazione futura, non credo di avere idee così originali su Adorno per potermelo permettere, ma perché mi interessa fare un buon lavoro, una cosa che letta a distanza di tempo mi dia delle soddisfaioni e che non si concenri su un unico autore ma sia più generale. anche perché Adorno, per quanto rimanga attualissimo ed abba anticipato i tempi di 30 anni almeno, comunque viveva in un epoca in cui la 'disartizzazione' non era ai livelli di oggi. sarebbe inutile non tenere conto di altri libri, che so, "No logo" ad esempio
anzi se ti viene in mente qualcuno che ha trattato di questo tema suggeriscimelo pure!
intanto mi copio e incollo i tuoi consigli in modo da averli sempre presente
oggi tra l'altro ho ben poca voglia di pensare all'università avendo fatto un esame ieri e epsno di dedicarmi a cose più piacevoli
ancora grazie a te e a tutti gli altri, un saluto!
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melitta

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Sab Giu 26, 2010 12:20 am

Ehilà, Enrico DT cheers Bentornato al Dolphin cheers

Bellissimo il tuo intervento: maturo, profondo, ben strutturato e illuminante.
Direi che da un punto di vista teorico hai detto tutto tuttissimo in modo impeccabile.
Dal punto di vista pratico, però, avrei un dubbio. Ovvero: ma tu sei sicuro che il relatore e il controrelatore se la leggano davvero TUTTA la tesi del laureando? Teoricamente dovrebbero leggerla, meditarla, qua approvando, là controbattendo... In realtà credo che pochissimi siano così ligi al dovere. Credo (mi sbaglierò, eh) che in realtà la maggioranza dei docenti leggano bene l'indice e guardino la bibliografia, diano un'occhiata alle note e per il resto si limitino a girare svogliatamente le pagine, leggiucchiando solo laddove un titolo di capitolo/sottocapitolo/paragrafo stuzzichi il loro interesse.
Per questo è importante l'aspetto formale: perché in molti casi il controrelatore si limita a valutare quasi esclusivamente quello. Non assapora tutto: mangiucchia, assaggia (sbadiglia, si abbiocca), spilucca. E ciò che spilucca deve essere grammaticalmente corretto ed esposto in modo chiaro. Niente arzigogoli, niente periodi elaborati, niente inutili digressioni. Chi scrive in modo chiaro, significa che pensa in modo chiaro; significa che ha ben assimilato la materia e va dritto al sodo.

E qui torno al cuore del mio intervento. Secondo me le istruzioni di Umberto Eco sono fondamentali, perché in quel manuale Eco insegna a costruire l'ossatura della tesi; poi la ciccia, i muscoli, l'epidermide e il maquillage dovrà metterli il laureando, su questo siamo d'accordo... Ma sapere che si sta lavorando su uno scheletro solido rincuora il laureando e lo fa lavorare con meno ansia e meno dubbi. E quanto più basso è il livello di ansia, tanto migliore sarà il rendimento.
Anche perché, in linea di massima, non è che i docenti si sprechino a dare tanti consigli ai loro laureandi Rolling Eyes scratch study

Ciao da melitta tornata oggi dalle vacanze afro
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Sab Giu 26, 2010 1:02 am

" E ciò che spilucca deve essere grammaticalmente corretto ed esposto in modo chiaro. Niente arzigogoli, niente periodi elaborati, niente inutili digressioni." argh! non ce la farò mai eheh
ma il controrelatore c'è sempre? a me risulta serva solo per la specialistica, o sbaglio? comunque credo che il relatore se la legga mi sembra inverosimile se non anche controproducente per lui non farlo. comunque grazie del suggrimento: curare l'aspetto formale, farò la migliore impaginazione!
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Mar Giu 29, 2010 8:53 pm

Ciao carissime,

sono contento che le mie considerazioni siano state utili e/o piacevoli ad entrambe. Per quanto riguarda le questioni poste, rispondo prima a quelle di Senza, perché posso trattarle esaurientemente ed in meno tempo. (Non volermi male per la lettera maiuscola: sono costretto ad adottare questo espediente tipografico per disambiguare il tuo nick dalla preposizione).
Comincio dalla fine. Il controrelatore non esiste più, è rimasta solo la figura del co-relatore, la cui funzione è quella di esporre il lavoro del candidato sotto un’altra ottica e di porre qualche obiezione. Di solito non è prevista la sua presenza nelle discussioni della tesi triennale. L'unica eccezione che conosco è quella del corso in Lettere Classiche, perché ha pochi iscritti e di conseguenza un esiguo numero di laureandi. So però che lo studente triennalista può richiedere un co-relatore se discute una tesi interdisciplinare; un ragazzo che si è laureato con me, ad esempio, ha esaminato i prestiti della cultura greca dalla filosofia indiana, e quindi si è avvalso anche della collaborazione di un docente di lingue orientali. Magari potresti farci un pensiero, non sarebbe male lavorare con un tuo futuro insegnante dell'Accademia.
Fai benissimo a mantenere questo relatore. Il mio voleva essere solo un consiglio spassionato, non una critica alla tua scelta né tanto meno un'imposizione. Figurati se uno come me, che è malato di libertà, abbia desiderio di strapparla agli altri! In ogni caso, il fatto che lui abbia manifestato interesse già nel passato è segno che terrà in considerazione il tuo studio, quindi non si pongono più problemi.
Ottima idea quella di scegliere la prima modalità. Ora che però so che hai in mente di affrontare il tema della tesi in modo più generale, dubito che sia quella più produttiva. Nel caso il materiale ti soverchiasse, rischieresti di portare alla luce un agglomerato di considerazioni sparse. Per l'occasione mi sono venute in mente una terza ed una quarta ipotesi:
  1. Struttura ad “articoli”: Ogni capitolo non è altro che un profilo critico di un autore o di un libro che ha trattato il tuo tema.
  2. Sviluppo di aree tematiche: Si scinde l'argomento principale in sotto-problemi, disponendoli secondo una progressione che alla fine arrivi idealmente ad una risposta complessiva.
È chiaro che la prima soluzione alternativa prevede la scelta di un tema unico, affrontato sotto tante sfaccettature e dialogando in modo approfondito con gli autori selezionati. La seconda invece è più pensata secondo aporie da risolvere attraverso il confronto con tante voci. Per inciso, quest'ultima sarà la modalità che adotterò per comporre la tesi specialistica.
Vorrei tanto darti dei consigli bibliografici, ma la “disartizzazione” è un problema che mi sono posto solo indirettamente (anche a causa delle mie antipatie verso Adorno). L'unico volumetto che ti posso suggerire è Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, che raccoglie alcuni articoli di giornale di una densità e saggezza folgoranti. L'intervento che ti potrebbe offrire qualche spunto è "Dante nella cerchia atomica".
Questo è quanto, ti prometto che presto riceverai la risposta alla mail. Purtroppo dovrai aspettare i primi dieci giorni di luglio, fino ad allora sono costretto a sostenere alcuni esami ed a trattenermi qualche giorno a Bergamo per una cerimonia.

Venendo a Melitta, purtroppo sono spiacente di esordire comunicandoti che non mi tratterrò a lungo nel portale. Mi farebbe molto piacere prendere parte attiva alle sue discussioni, ma ho troppe attività e progetti a cui dedicarmi. Fossi veloce a scrivere ed a riflettere, non mi porrei alcun scrupolo: ma visto che in genere riservo più di due ore alla stesura di un intervento sul forum o di una lettera, sono obbligato a dare la priorità ad altro. L'unica ricaduta negativa della mia vocazione è proprio questa, il sacrificio di beni o esperienze che altrimenti accoglierei con gioia.
Il tuo dubbio pratico è legittimo perché fondato. Effettivamente sono pochi i docenti che si interessano realmente al lavoro dei propri studenti. Oltre alla consapevolezza che mi proviene dalle informazioni altrui, ne ho avuto conferma per esperienza personale. Pensa che inizialmente mi sarei voluto laureare in Semiotica, con una tesi su Leopardi traduttore dei moralisti greci; non appena però mi sono reso conto che il professore vedeva me come un peso e la discussione quale una formalità da espletare, mi sono rivolto ad un altro insegnante che invece mi ha dedicato l'attenzione che meritavo. Forse anche troppa, visto che ha passato due settimane solamente per l'appendice.
Ma è proprio perché non ignoro questo stato di cose che ho difeso le mie “teorie”. Io cerco sempre di non fare considerazioni astratte, ogni speculazione o riflessione deve per me avere una conseguenza reale, o quanto meno cercare di attenuare le preoccupazioni / rispondere alle esigenze di tutti. Oltre che dare dei consigli per la tesi, con l'intervento precedente desideravo al contempo proporre una pratica di vita, che avesse la proprietà di mantenere la sua validità quand’anche nell'intero universo le cose vadano diversamente. È la caratteristica del pensiero critico, che mentre intraprende un'indagine circoscritta sostiene anche qualcosa che va oltre. Nel caso in questione essenzialmente due cose.

La prima è l'importanza di imparare a riconoscere i potenziali maestri tra le persone colte che la fortuna ti mette accanto, e tra coloro che invece vogliono solo circondarsi di seguaci di cui aveva già accennato Senza (per inciso, nella mia università le cattedre di Estetica sono quelle che traboccano di epigoni). Ora, stando a quanto afferma Aristotele nel primo libro della Metafisica, la capacità di insegnare è una delle caratteristiche proprie del sapiente. Ed anche se non è esplicitamente detto nella lettera del testo, questa non viene resa operativa se manca il desiderio di vedere gli altri imparare e non si prova felicità nell’osservare il progresso dell'allievo. Pertanto, quei docenti che leggono l'elaborato nel modo scherzoso che hai detto non sono individui sapienti, non importa quanto acuti o geniali essi siano; in conformità al requisito esposto prima, essi non dovrebbero nemmeno essere chiamati “docenti”. Tanto meglio allora secondo me evitarli e cercare un maestro, a meno che la previsione di restare ignorante non faccia problema al laureando.
Ovviamente, non sto parlando in senso assoluto. Bisogna sempre operare delle distinzioni, perché non tutti quelli che si rivolgono alla stessa persona sono mossi dagli identici motivi. Il caso di Senza ad esempio dimostra che in un relatore lei cerca soprattutto la piena libertà di espressione, che è un fine nobile. Inoltre non è sempre vero che chi si rivolge ad un maestro abbia riconosciuto in lui un sapiente. Potrebbe averlo fatto per ragioni contingenti, e di conseguenza dalla sua compagnia potrebbe non trarre alcun frutto. Ciò comunque non invalida la formulazione precedente: sia Senza che questo individuo imprecisato ritengono infatti che non esiste maestro migliore di loro stessi.
Questa stretta identità segnala che quanti non si rivolgono ad altri ritengono di essere a loro volta sapienti. Eppure, credo che nessun essere vivente pronuncerebbe a cuore aperto di possedere questo titolo; persino Aristotele in fondo non se l’era mai arrogato, visto che mutò spesso dottrina e nello stesso primo libro della Metafisica ritenne che era impossibile avere «scienza di ciascuna cosa». Ora, ammesso che alla radice non ci sia un grande equivoco, se la possibilità dell’insegnamento deriva da una sapienza che nessuno possiede, come mai non risulta problematica l’esistenza dei maestri, o addirittura la presenza di maestri “migliori di altri”? Non sembra poi compiere un atto indebito chi trova in sé il proprio maestro, se ha ancora troppo da imparare e conoscere? L’aporia può essere risolta definendo l’apprendimento come il potere di attingere alle forze sufficienti per potersi superare, il che avviene sia attraverso se stessi che con la mediazione di altri, ma trae soprattutto grandi risultati con un procedimento ibrido.
Questa lunga riflessione evidenzia un altro tratto importante dell'insegnamento e del magistero autentico. Esso non insegna niente di determinato, né trasmette delle idee, che sono sempre cose morte, questionabili e provvisorie. Garantisce piuttosto gli strumenti per un futuro superamento. Ogni maestro reale impartisce allora le sue conoscenze aspirando segretamente di essere sorpassato, e di sorpassarsi a sua volta con i contributi del suo discepolo. Questo sottolinea anche i limiti dei cultori di seguaci di cui parlava Senza: il loro rapporto è unilaterale, non a riflusso. Circondandosi di discepoli-copie e fermandosi al livello della trasmissione meccanica di nozioni, essi restano fiacchi e intrappolati nella loro condizione di partenza. L’insegnamento è in conclusione un continuo ed infinito susseguirsi di cicli di morte con relativa resurrezione, di sé e dell’altro, che consente di raggiungere una parziale eternità in vita.
Se tutto quello che ho detto ha un senso, posso passare ad introdurre il secondo aspetto che mi premeva segnalare. Un saggio di laurea dovrebbe essere scritto prima di tutto per resuscitare l’alunno ed il relatore, in secondo luogo per compiere una ricerca genuina, poi per alimentare il sé quotidiano, di passaggio per compiacere la commissione e solo in ultima analisi in funzione della ricerca di un lavoro. Che del resto, a mio avviso, dovrebbe essere completamente dimenticato da coloro che si dedicano allo studio. Lo si intraprende infatti per provare piacere, per dotarsi dell'intelligenza attraverso cui conoscere e mutare il mondo, per cercare la bellezza, non per reperire un impiego la cui unica utilità dovrebbe essere quella meschina di mantenersi. Io sarei propenso persino a servire i panini al fast-food, a condizione che questo mestiere mi consenta di dedicare il mio tempo a cose più importante.
Analizzando la laurea in questi termini, uno studente trarrà comunque vantaggio dalla sua tesi, non importa che la sua stesura venga seguita o meno. Se poi non la leggerà nessuno, è un dettaglio doloroso ma anche trascurabile. Come riportava il buon Shiel ne La nube purpurea – un romanzo che ti consiglia caldamente – l’artista o l’intellettuale continuerebbe a dedicarsi alle sue opere, anche fosse l’ultimo essere rimasto vivo sulla Terra.

Venendo a cose più semplici, sono di nuovo d’accordo con te quando dici che nella maggior parte dei casi il cattivo docente si limita a controllare la forma e l’impaginazione. Non sarei invece così propenso ad accettare l’equazione chiarezza = comprensione della materia. La prima è sempre relativa, non c’è un solo modo di esprimere quanto vuoi dire, e a volte costringersi ad usare poche parole o meno subordinate rischia di condurre ad un impoverimento del senso.
Faccio un esempio. È evidente che un periodo del tipo (1) “Sentendo il bisogno di bere ed avvertendo al contempo il desiderio di produrmi del formaggio in casa, ieri pomeriggio sono andato a comprare il latte dalla drogheria sotto casa – la quale è gestita da mia cugina –, e intanto ho chiamato mio fratello che risiede a due isolati da me per sapere se gli serviva qualcosa” comporta una fatica inutile nel lettore e genere tanta confusione. Nella sua tessitura risulta ad esempio difficile capire se la cugina gestisce la casa o la drogheria. La conversione nel tipo (2) può risolvere queste ambiguità e rendere tutto più immediato: “Ieri pomeriggio ho sentito urgere il bisogno di bere. Tanta era l’acqua che conservavo nel frigorifero, ma non ne ho bevuto una sola goccia. Infatti avevo voglia di latte. Mi sono allora recato nella drogheria sotto casa e ho acquistato una scorta che mi durasse tre giorni. Se si fosse trattato di un semplice capriccio, mi sarei fatto forza nel sopprimerlo. Ma c’era un motivo in più: in quello stesso giorno desideravo prepararmi una forma di formaggio con le mie mani. La visita dal droghiere è potuta comunque tornare utile anche a mio fratello, che abita a due isolati da me e non è solito andare a fare la spesa. L’ho infatti chiamato al cellulare e gli ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa”.
Un rapido confronto tra le due forme mostra che la progressione di (2) procura molti vantaggi. In generale, marca e distingue bene le azioni, gli intenti e le relazioni del soggetto del periodo. Nello specifico, sopprime il riferimento inutile alla cugina ed aggiunge quello abbastanza considerevole della presenza dell’acqua nell’abitazione. C’è però anche da dire che essa risulta produttiva perché il senso complessivo del periodo è molto semplice. In altri contesti potrebbe generare effetti disastrosi. Infatti un conto è raccontare le proprie disavventure domestiche; un altro è elaborare un pensiero filosofico, parafrasare in italiano l’azione complessa designata da un verbo del greco antico, oppure descrivere gli effetti degli amminoacidi nell’organismo. Una costruzione del tipo (2) di sicuro renderebbe i loro contenuti più leggibili, ma forse anche più generici. Mentre la forma tumultuosa di (1) avrebbe quanto meno la virtù di evidenziare dei nessi che il contegno ordinato della sorella arriva invece ad oscurare.
Senza andare troppo lontano, riprendiamo l’esempio dell’uomo che va dal droghiere. La forma (1) mostra che la sete ed il desiderio erano due impulsi concomitanti, la (2) sembra invece considerarli quasi come susseguenti: inutile segnalare che le due costruzioni dicono cose completamente diverse. Il corrispettivo del dettaglio en passant della cugina potrebbe poi essere determinante in contesti più evoluti. Mettiamo caso che esso corrisponda ad esempio ad un riferimento alle Lezione di estetica di Hegel, ad una citazione dal sanscrito o ad una nota tecnica sulla sintesi proteica: la sua soppressione non sarebbe allora una manomissione importante di contenuti? Bisogna sempre procedere in modo cauto e non fissare una volta per tutte delle norme.
L’ultima cosa che mi viene da dire a proposito del confronto tra le due costruzioni riguarda la qualità della scrittura. La forma (2) è molto lenta ed impersonale, la (1) ha invece un ritmo e può giungere con meno passaggi all’argomento successivo. Da ciò segue un’altra conferma dell’idea che la costruzione chiara e precisa non è per forza sinonimo di buon uso del linguaggio. Né è indice di comprensione, perché l’adozione di (2) potrebbe segnalare che la persona si sta attardando su elementi superflui. A quest’affermazione si potrebbe obiettare: ma cosa importa lo stile e l’andamento melodico in un saggio, che ha soprattutto lo scopo di sostenere una tesi nel modo meno ambiguo possibile? Beh, diciamo che uno degli esigui punti fermi della mia vita è che questo aspetto non va affatto bistrattato, perché il critico è a sua volta un autore ed un’artista.

Anche in merito al rifiuto delle digressioni nutro qualche perplessità. Non trovo disdicevole la loro presenza in un libro, perché oltre ad arricchire la materia trattata e fornire degli spunti o delle direzioni di ricerca secondarie, contribuiscono a caratterizzare il pensiero espresso. Mi viene in mente ad esempio l’uso che ne fa Savinio, uno dei tanti grandi scrittori dimenticati del Novecento. Se tu leggi una qualsiasi sua opera, ti renderai conto che è costituita quasi interamente da digressioni. Il caso più eclatante è la commedia Alcesti di Samuele, dove tutta la parte centrale consiste in un gigantesco excursus sulle “reincarnazioni di Ercole” lungo la storia. Essa comprende peraltro un monologo lungo sette pagine, di per sé irrappresentabile a teatro, considerata la natura del pubblico di allora e di adesso. Queste digressioni non possono però essere soppresse, perché fanno corpo con la vicenda, e le infondono un tono / un’importanza che non avrebbe altrimenti avuto.
È chiaro che prima di abbandonarsi alle digressioni, l’autore deve essere consapevole se è in grado o no di compierle. Tu questo l’avevi già detto condannando giustamente quelle “inutili”, ovvero gli scatti di verbalità sfrenata che non contribuiscono in nulla all’insieme. Ma se il principio dell’eliminazione delle digressioni è valido, tornando al discorso della laurea, allora non si dovrebbe pretendere dagli studenti nemmeno un periodare chiaro e sintetico. Infatti il saperne costruire uno, che sia al contempo esaustivo e profondo, è una qualità che non ci si può attendere da nessuno di loro. Almeno per come è gestita l’università oggi.
Nel corso degli studi, sono rarissime le occasioni in cui lo studente viene messo a diretto confronto con la retorica. Non mi riferisco tanto alla sua storia, che pure a mio avviso dovrebbero conoscere tutti, anche gli ingegneri. Parlo della pratica di saper impostare un discorso coerente. Uno studente potrebbe potenzialmente arrivare a stilare il suo primo elaborato di ricerca serio a 23 anni, senza essersi prima assunto la fatica di un lungo apprendistato alla parola. È ovvio che allora il suo primo tentativo sarà pieno di salti logici, ricolmo di goffe giustapposizioni e privo di tropi. Ora, di chi è la colpa? Del ragazzo che non si è mai posto il problema di esercitarsi da solo? Oppure dell’università, che non stimola i suoi frequentatori sin da subito al pensiero critico, e poi applica dei criteri di valutazione estranei alle pratiche che costringe ad osservare? Io personalmente propendo per la seconda ipotesi, anche se sono il primo ad ammettere che gran parte dell’impegno deve derivare dal singolo.

Concludo con una nota sulla tua difesa al volumetto di Eco. Qui non ho nulla da eccepire, anzi ti devo chiedere scusa per aver parlato a caso nel post precedente. Non avevo affatto considerato il manuale come un farmaco contro le ansie e le paure del laureando o del saggista esordiente. Resto dell’idea che sia più produttivo l’esercizio costante, ma la tua è un’eccellente misura cautelativa contro l’inadeguatezza che prende un po’ tutti.
Non voglio che tu creda che quest’ultimo paragrafo sia un contentino, una chiusa retorica utile a mettere in secondo piano il fatto che finora ti ho mosso solo obiezioni. Sono stato davvero convinto dal tuo appunto. Inoltre, le obiezioni che ho fatto non avevano l’interesse di confutarti (non esistono vincitori e perdenti nel campo intellettuale), ma di proporre delle alternative. Io voglio bene al mio interlocutore, e lo apprezzo ancora di più se risponde ai miei argomenti con grinta e adducendo delle nuove considerazioni.

Grazie per avermi ascoltato. Ti chiedo scusa per la mia tendenza alla lungaggine: è il difetto che combatto da anni senza riuscire a vincerlo. Con amicizia,

Enrico.
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Mer Giu 30, 2010 12:51 am

Caro Enrico, leggerti è sempre un piacerissimo! Smile
Hai messo molta carne al fuoco e lo hai fatto con la consueta profondità di pensiero e con una proprietà di linguaggio assolutamente sbalorditiva. Credo che la carriera universitaria sia la tua strada (anche se temo che non sarà una strada facile, visti i nepotismi, le baronie e gli intrallazzi vari che ammorbano quell'ambiente; purtroppo le qualità intellettuali contano assai meno delle raccomandazioni, e non dico niente di nuovo...).

Mi soffermo un attimo sulle DIGRESSIONI: utili, piacevoli e suggestive in un romanzo (Saramago e Hugo, per esempio), pericolose in un saggio breve. In una tesi di cento pagine io me ne asterrei.
Ma il mio approccio con la scrittura privilegia la PIANIFICAZIONE RIGOROSA; e questa organizzazione del lavoro scribacchinico esclude o concede pochissimo spazio alla "zona emotiva" (cioè a quella zona del cervello che spiana la strada al "bello scrivere").
Certo, l'ideale sarebbe un equilibrio perfetto tra le due parti: quella razionale e quella emotiva. Sarebbe bellissimo se da una tesi emergesse anche la personalità del suo estensore. E può anche darsi che ora e per certe facoltà universitarie questo non solo accada, ma sia pure auspicato dai docenti.
Ma ai miei tempi (mi sono laureata 31 anni fa), e alla mia facoltà (psicologia) a un laureando non si chiedeva di esprimere quello che lui PENSAVA relativamente a quell'argomento, ma solo di esporre le teorie, gli studi, gli esperimenti fatti da altri in precedenza, poi di esporre la ricerca condotta da lui (come, quando, perché e su quale campione era stata fatta la sperimentazione) e infine la conclusione cui era pervenuto. Stop. E anche la conclusione non doveva essere "emotiva", ma sostenuta e analizzata su parametri statistici: non dolce stil novo, bensì matematica.
Avendo avuto solo questa esperienza di tesi, ad essa mi sono ispirata per i consigli a Senza.
Per prima cosa, con l'aiuto del mio bravissimo e amatissimo relatore ho preparato l'Indice. Poi ho pianificato: tot pagine per l'introduzione, tot per dire questo, tot per dire quest'altro, tot per le conclusioni. Tra le parti ci doveva essere armonia; i capitoli dovevano essere di lunghezza più o meno equivalente; lo stile doveva sempre essere asciutto. (Ma a uno psicologo non si chiede di essere un maestro di retorica: si chiede solo che sappia ciò che dice e che non parli a vanvera. Si chiede che non nasconda dietro un periodare confuso, apparentemente colto e furbescamente oscuro, la sua povertà di pensiero. Questi erano i consigli ricevuti dal mio docente: allora mi erano sembrate parole sante e tuttora le reputo tali Cool )

Concordo con te sul fatto che l'università non faccia nulla per insegnare a uno studente a scrivere in modo chiaro e conciso. Anzi, si assiste a una sorta di analfabetismo di ritorno, perché per tre anni lo studente non scrive praticamente nulla. Al liceo, almeno un tema al mese lo faceva; un po' di sano eserczio scribacchinico lo praticava; all'università, niet. Si trova di colpo a dover scrivere cento pagine e i più danarosi/nullafacenti risolvono il problema facendosele scrivere da altri.
Andando nello specifico: Senza ha il vantaggio di non avere mai perso "la mano", perché in questi anni ha sempre scritto; ma ha la svantaggio di avere una scrittura troppo emotiva (che va benissimo per la poesia e la narrativa, ma è una iattura in saggistica). Sono sicura che, lavorando di forbici, riuscirà a presentare un ottimo lavoro.


Enrico, fatti vedere qui almeno ogni tanto! (Pure io ho i tuoi stessi problemi, anzi, di più, perché sul groppone ho un fracasso di anni più di te, ho molte meno energie di te e devo scrivere per lavoro le mie 20.000 battute a settimana scratch study ).

Ciao, baci da melitta schiantata dal caldo geek
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Ven Lug 09, 2010 1:34 pm

Buonagiorno Enrico, hai esposto dei pensieri davvero interessanti, ma finché scrivi così tanto, è difficile anche per chi ti deve rispondere trovare il tempo adatto per farlo! eheh, senti una cosa, detta nell'amicizia più totale, se per te è complesso seguire un blog perché impieghi troppo tempo per scrivere un post, perché non provi ad accorciare le considerazioni? guarda noi, scriviamo due righe su e via, penso che se ogni tanto lasci un commento di una riga tanto per farci sapere che stai bene e che ci leggi siamo tutti contenti, anzi, molto meglio un commentino smilzo che il silenzio.
poi vabbé so ti starti tediando con questi discorsi... sembrerò l'amica che fa la maestra dell'asilo che prova a dare consigli all'aspirante professore universitario. dai, sai come la penso quindi mi zittisco.

ripartendo dall'inizio hai detto cose molto interessanti, ma alcune a mio avviso assolutamente lontane dalla realtà: è così difficile trovare maestri, non c'è molta volontà di essere il protettore dello studente, a quello che mi pare giudicando dalla mia università ( e dal liceo )
ti faccio due esempi tratti dalla mia vita di liceale:
il mio professore di filosofia era un vero fisso, era il vero adulto amico dei ragazzi. però a parte il fatto che faceva il nostro amico sotto sotto ci considerava degli idioti incapaci di ragionare, lo si capiva benissimo perché mi ha sempre sconsigliato di iscrivermi a filosofia ( benché fossi quella che nella classe aveva i voti più alti ). a me piaceva, e siccome abitavamo vicini a volte ci capitava di fare la strada da casa a scuola insieme e chiacchierare del più e del meno, però penso proprio che non mi abbia mai ritenuta ( né me né gli altri ) degna di ricevere l'insegnamento di cui tu parli
l'altro caso è del mio professore di pittura, una persone terribile piena di sé, un gradasso muscoloso che si vantava di quanto era bello e alternativo da giovane e passava le giornate a raccontarci in che posti ha esposto quadri, quanto i suoi ex studenti abbiano fatto successo ecc ecc, al contrario dell'altro lui seguiva molto gli studenti, si impegnava perché i disegnni risultassero il meglio possibile e talvolta mettea pure le mani sui quadri ( cosa che ovviamente io non ho mai lasciato fare ) e cercava di guadagnarsi seguaci, aveva un'ambizione sfrenata per procurarsi studenti che lo considerassero il loro maestro in assoluto ( io penso solo per ottenere lodi per il suo orgoglio )
c'è chi non vuole fare da maestro e chi lo vuole fare senza interesse per lo studente
e c'è chi vuole fare il professore perché gli è capitato così, quando ancora gli insegnati venivano pagati poteva essere un buon lavoro no?
ma ci sono anche gli studenti che non vogliono maestri, che preferiscono far tutto da soli. e questo, mio caro, talvolta è perché le persone si sentono già sapienti ( il contrario di quello che tu dici ) se ci pensi Socrate è famoso ancora oggi per aver detto essere un ignorante
il mio professore di pittura, si considerava al 100% migliore di altri, il mio professore di filosofia, ci considerava invece peggiori
purtroppo se fai l'università devi pur trovare qualcuno che ti faccia da relatore, e non è detto che quello di volere un maestro sia il criterio più scelto
e poi, il criterio di accontentare la commissione rischia di essere prevalente in molte persone. magari per le materie umanistiche è diverso, ma pensa a quelle persone che scelgono una facoltà senza avere passione ma solo in vista del lavoro futuro... e poi è pieno di studenti che entrano all'università entusiasti e poi invece dopo 3 4 5 anni non vedono l'ora di aver finito e fanno la tesi perché è obbligatorio farla. anche io oggi ad esempio preferirei andare al mare o fare indigestione di gelato invece che ricopiare a computer citazioni di Adorno con numero e pagina seguendo tutta la sua punteggiatura impossibile!

e ora veniamo alla distinzione tra frase 1 e 2 ( quella della drogheria e del latte )
non c'è dubbio che io scriva nell'1, il 2 anche se più chiaro è noioso, l'interesse scema, l'1 è meglio perchè essendo un po' contorto costringe a fare attenzione e dunque a buttarsi meglio nella lettura
ma sai che mi è piaciuta molto la descrizione delle due forme? l'ho trovata quasi comica ( sopratutto per quanto hai scritto in proposito del riferimento alla cugina ) ma in fin dei conti, volevo chiederti: e tu quale preferisci? non in questo caso ma in generale

comunque i tuoi appunti sono stati ancora una volta utili e ne farò tesoro, anzi mi propongo di rileggerli tra un po' e farmeli entrare bene in testa, magari non seguirò nessuno dei tuoi consigli ma almeno ho potuto confrontarmi con uno che ci è già passato ma se lo ricorda ben bene
quindi ora ti saluto e ti auguro una buona giornata
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MessaggioTitolo: Re: tesi   Dom Lug 11, 2010 1:10 pm

Ciao carissima Melitta,

ormai me lo sento dire da molti che sono tagliato per fare ricerca, ma personalmente nutro molte perplessità sull'intraprendere questa strada. Bisogna essere molto disciplinati ed essere capaci di adeguarsi ad un certo tipo di comunicativa, che è quella dell'esposizione sintetica, esauriente e chiara. Forse sono dotato delle ultime due qualità, mentre dubito che possiederò mai la prima, visto che fatico a dire con trenta periodi quello che tanti riescono a sostenere senza impacci in un'unica frase (il contrario del Corvo, insomma). Per farti un’idea della fondatezza della mia affermazione, ti è sufficiente confrontare la dimensione delle pubblicazioni scientifiche (se raggiungono le venti pagine è un evento) con la lunghezza media dei miei articoli, che è di 40 cartelle a carattere 11,5. Senza andare troppo lontano, è però sufficiente osservare il comportamento che ho tenuto in questo post. Da un punto di partenza molto semplice e chiaro, quale una tesi di laurea, ho ricevuto l'impulso incontrollabile di allontanarmene e di sconfinare in tematiche estranee. Mi piace scherzare su questa mia condizione chiamandola la sindrome del "comincio dallo scoiattolo per risalire all'universo".
I nepotismi esistono dai tempi dell'Accademia di Platone, ma non sono questi i grandi scogli che chi vuole intraprendere la carriera universitaria deve superare. Secondo me, gli impedimenti si raccolgono in tre grandi gruppi:

1) La mancanza di finanziamenti. Una persona meritevole rischia spesso di fare un dottorato od il ricercatore senza nemmeno ricevere quanto basta per sostenere il proprio organismo. I posti con la borsa sono infatti pochi, per cui la maggior parte degli studiosi finisce per lavorare gratis per tre anni in un’università e viene costretta a praticare contemporaneamente un altro impiego. Visto che però quest'ultimo toglie il tempo che dovrebbe essere dedicato alla ricerca, non ha alcun senso incominciarla se si è privi di una forte base economica. Io ho la fortuna di riuscire a rinunciare agli svaghi o al riposo, di saper vivere con un solo pasto quotidiano e di poter alloggiare in una stanza microscopica, magari senza finestre. Ciò non toglie che ho comunque la necessità di guadagnare dei soldi, per l'acquisto di libri e di altri strumenti (dizionari, lessici, ecc.), oltre che per potermi permettere una doccia ed i biglietti del teatro: dunque siamo daccapo.
2) La grande concorrenza. Esistono tante persone intelligenti, colte e caparbie quanto (se non più) di me. Perché allora io dovrei avere più diritto di loro a fare carriera? Inoltre, anche ammesso che fossi l'uomo più acuto dell'universo, resterebbero sempre i contributi altrui, che sono altrettanto degni di essere presi in considerazione. Anzi, essi potrebbero persino sorpassare i miei: non è infatti detto che le opere più belle e penetranti siano anche quelle utili, efficaci o vincenti. A quanti mi vogliono bene e potrebbero obiettare che l'argomento è rovesciabile a mio vantaggio, rispondo con una nota di disappunto. Benché sia nato speranzoso ed ottimista fino alla dabbenaggine, ormai ho anche capito di essere illuminato da una cattiva stella.
3) La totale dedizione. Se questa da una parte è l'unica qualità di cui dispongo al massimo grado, dall'altra è anche quella che confligge con altri miei interessi, parimenti intensi. Mettiamo caso che vinca un posto da ricercatore in filosofia, oppure in letteratura greca. Mi sentirei ancora insoddisfatto, perché sarei costretto a concentrarmi sull'una a discapito dell'altra. Senza contare che non potrei più studiare musica, poesia, teatro, traduzione, ecc. ecc., con la stessa minuziosa serietà che dedico loro adesso. Di solito le persone ricevono in sorte una sola passione, per cui il loro fuoco li anima e li riscalda, non divampa né si mischia con altre fonti di calore fino a consumare del tutto l’anima. Quello che dunque sembra il mio punto di forza, costituisce in realtà la debolezza più vincolante: ciò conferma l'idea che sono una persona molto sfortuna.

Con tutto questo discorso non intendo abbandonarmi ad un momento di sconforto, oppure rinunciare alla mia vocazione critica. Anche perché, se mi venisse tolta, non avrei più motivo di vivere, dato che trovo paurosamente vacuo tutto il resto. Voglio solo mettere in risalto delle difficoltà evidenti, che mi impediscono di mettere a frutto il potenziale di cui dispongo, o che limitano seriamente la mia serenità.

Tornando in argomento (e ti chiedo scusa per aver parlato troppo a lungo di me), questa volta cercherò di limitarmi a rispondere alle questioni che hai posto, senza saltellare allegramente da Giove a Saturno, sfiorando Venere di volata.
Sulle digressioni sono stato un po’ troppo estremo. Il taglio del saggio breve non le ammette, questo è sicuro, a meno che il suo autore non sia un mostro di densità espositiva. Mi trovo quindi d'accordo con te nel dire che è meglio evitarle in una tesi, soprattutto se questa è la prima prova di scrittura critica del laureando.
La pianificazione rigorosa secondo me non esclude la prosa d'arte. Al contrario, la seconda rafforza e dota la prima di un valore aggiunto, e per contraccolpo viene fornita di senso, senza il quale lo stile più personale non sarebbe altro che virtuosismo selvaggio. In generale, il linguaggio allenato consente di dire cose più persuasive, originali – oltre che vere o fondate – e di andare più in profondità nelle tematiche affrontate. Già solo un vocabolario più ricco aiuta a rendere più precisi-penetranti gli argomenti di una tesi. Nel particolare, invece, un grande vantaggio di uno stile proprio è quello di attirare l’attenzione del lettore non specialista, che può essere così stimolato all’approfondimento o all’interessamento; nel migliore dei casi, può persino condurlo a scoprire una vocazione inedita. A parte i soliti nomi illustri, mi viene in mente la produzione di Manlio Simonetti, uno storico del cristianesimo che scrive in modo talmente scorrevole ed elegante che tutti possono capirlo. Anche se parla delle fonti sulla controversia ariana o fa frequenti riferimenti biblici in lingua originale. Per rimanere in tema di psicologia, anche Freud possedeva uno stile poco impersonale, ma questo non ha certo compromesso la limpidezza (e talvolta la bellezza) delle sue pagine: di sicuro conosci già il saggio su Il perturbante. E se oggi lo leggono non dico filosofi o poeti, ma anche la gente mediamente colta, lo dobbiamo anche alla sua buona prosa, non solo al prestigio o all’importanza delle sue scoperte.
Certo, gli autori cui ho fatto richiamo non sono Verga o Kafka, e nemmeno sarebbero potuti diventarlo nel contesto accademico, visto che come hai detto giustamente dovevano dare la priorità all’osservanza di criteri di scientificità ed essere sempre aggiornati sugli studi di loro pertinenza. Però l’ottima proprietà di linguaggio ha infuso loro un tocco di visibilità in più, che è una componente importante per chi vuole fare ricerca. Chiunque conosca già i loro precedenti lavori, sarà infatti in grado di riconoscerne altri, anche qualora fossero pubblicati senza firma; quanti invece li leggono per la prima volta, ne rimangono piacevolmente affascinati.
Comunque, credo che a monte del nostro “conflitto” ci sia una diversa esperienza di vita, nonché due differenti ambienti di riferimento. Non frequento la facoltà di psicologia né conosco alcuni studenti/studiosi della materia, ma da quel poco che ho saputo dai tuoi cenni posso assicurarti che una laurea in lettere o in filosofia è nello stesso tempo analoga ed antitetica a quella che hai intrapreso. È analoga perché i loro iscritti sono educati (poco) a soddisfare gli stessi requisiti che hai messo in rilievo. Non parlare a caso ma a partire da una base testuale solida, strutturare il lavoro in modo coerente e secondo dei limiti quantitativi, raccogliere/mostrare di conoscere molta bibliografia secondaria. È però antitetica perché lo studio umanistico ha la particolarità di fondarsi sempre su un’interpretazione preliminare (che non è necessariamente quella condivisa dalla comunità scientifica) e di porsi degli obiettivi che esulano dall’esegesi esplicativa. Mi è capitato spesso di vedere uno studio su un filosofo politico diventare pretesto per delle speculazioni autonome, oppure una ricostruzione storica essere concepita quale strumento di critica del presente. L’esito più complesso resta in ogni caso quello che analizza un problema / un testo e giunge a scrivere un’altra opera, meglio se più ricca e importante nelle conclusioni dell’originale. Ma sono pochi a raggiungerlo o anche solo a proporselo, perché impone tanta fatica e richiede molta esperienza, e dunque si manifesta solo in coloro che hanno un’autentica vocazione saggistica. Inoltre è difficile, perché richiede l’applicazione di una modalità esegetica paradossale: parlare di un testo senza mai abbandonare i suoi confini, ma nello stesso tempo sostenere qualcosa che non sta scritto nel testo, oltrepassandolo. Perché questo fine venga raggiunto, secondo me il linguaggio “scientifico” non basta, o quanto meno va vivacizzato attraverso l’impiego di tropi, che aiuta a superare i limiti della materia trattata.
Sull’idea che la retorica debba essere coltivata solamente da pochi gruppi di persone mi trovo in totale disaccordo. A mio avviso, tutti dovrebbero acquisirne la padronanza, anche l’imbianchino, il lavavetri ed il mendicante. Non a scopi professionalizzanti, ma semplicemente per essere felici. Chi parla bene vive anche meglio, percorre un mondo molto più vasto e apprende cose che altrimenti sfuggirebbero ai più. La croce di tutti quelli che aspirano a tale ampliamento d’orizzonte è la fatidica domanda: «a che serve?». Ogni volta che la sento pronunciare, mi monta una rabbia galoppante – e dire che in genere sono una persona calma. Quello che più non sopporto è il pensiero che quanti la pongono hanno la certezza di dirla a ragione, in riferimento agli sforzi intellettuali o a tutte quelle pratiche che sembrano mancare di un’applicazione immediata. In realtà, questa domanda non viene mai fatta a proposito, perché per sua natura non risparmia niente, e potrebbe benissimo essere applicata a qualunque cosa. Per esempio, a che serve scherzare? A che servono le montagne? A che serve l’amicizia o l’amore? A che serve stare svegli fino alle tre di notte in compagnia di altri? A che serve accarezzare e mantenere un gatto? A che serve crescere un bambino? A che serve abbellire un appartamento o un locale? L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito. Il succo è che se ci ponessimo come obiettivo solo quello che è indispensabile, dovremmo mantenere sì e no tre o quattro attività, e dimenticare tutto il resto. Ma tanto varrebbe a quel punto risiedere dentro una stretta tomba sotterranea, perché alla logica inesorabile della domanda «a che serve?» non sfugge nemmeno la vita beata ed eterna di un dio.
Nulla di tutto quello che hai considerato – periodare confuso, espressione falsamente colta, ecc. – rientra nella retorica. Nel migliore dei casi, queste cose sono segno dell’inesperienza del parlante nel farsi capire, nel peggiore un volersi approfittare della presunta dabbenaggine altrui. In questo caso però credo di aver frainteso quanto hai scritto, perché non ti reputo capace di ereditare una vulgata senza riflettere.
Per concludere, ritorno brevemente all’università. Non solo questa istituzione non allena al saper argomentare ed al porre delle questioni intelligenti – che, mi ripeto, sono cose che uno dovrebbe già mostrare di poter compiere nell’atto di iscriversi ad un corso di laurea. Consente persino di far accedere persone che in altri ambienti educativi (conservatori, accademie di teatro, ecc.) sarebbero stati oggetto di biasimo, se non cacciati. In quasi cinque bacheche della mia facoltà, ho letto degli avvisi di questo tenore: Si avvisano gli studenti che intendono laurearsi con me di rispettare le seguenti condizioni. (1) Saper scrivere in corretto italiano. (2) Non inserire nella tesi materiale plagiato da altri libri, se non addirittura preso da internet. (3) Limitarsi nella pagina dei ringraziamenti.
Cosa indica questo piccolo foglio di carta? Che la maggioranza degli studenti non ha interesse a quanto sta frequentando, manca del minimo di sensibilità linguistica e di intelligenza per poter studiare (e – non per essere cattivo – a questo punto mi domando che campino a fare), e nonostante ciò è convinta di aver raggiunto un grande traguardo e di provare riconoscenza per i suoi “sostenitori”. La cosa che trovo più assurda è: un ragazzo che si laurea scopiazzando dai siti, di cosa deve ringraziare gli altri? Mamma e papà per aver pagato la connessione in internet, oppure la fidanzatina che lo ha assistito mentre cliccava col pulsante destro della tastiera? Mi auguro che il professore abbia fatto riferimento a due casi distinti… Altra cosa oscena è che quelli che riescono a laurearsi in questo modo ottengono la stessa qualifica di coloro che lavorano seriamente e si assumono la fatica di riflettere autonomamente. Per questo, io sentirei la necessità di mettere il numero chiuso alle facoltà umanistiche, ma questa è un’altra storia.

Ho finito. Anche questa volta non sono riuscito ad esprimermi in breve. Con amicizia,

Enrico.

PS per Senza: scusami, cara, ti risponderò stasera o almeno entro la settimana prossima. Ho letto il tuo commento proprio nel giorno in cui contavo di risistemare l’intervento per Melitta.
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DT

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MessaggioTitolo: Re: tesi   Dom Lug 25, 2010 1:21 am

Ed ora, con la consueta rapidità, rispondo a Senza.

senza ha scritto:
Buongiorno Enrico, hai esposto dei pensieri davvero interessanti, ma finché scrivi così tanto, è difficile anche per chi ti deve rispondere trovare il tempo adatto per farlo! Eheh, senti una cosa, detta nell'amicizia più totale, se per te è complesso seguire un blog perché impieghi troppo tempo per scrivere un post, perché non provi ad accorciare le considerazioni? Guarda noi, scriviamo due righe su e via, penso che se ogni tanto lasci un commento di una riga tanto per farci sapere che stai bene e che ci leggi siamo tutti contenti, anzi, molto meglio un commentino smilzo che il silenzio.
Sono contento che le considerazioni ti siano piaciute. Quanto al mio solito problema della lungaggine e della lentezza, ti ripeto quello che ho detto più volte.
Da una parte non riesco a esprimermi diversamente, visto che manco del dono della sintesi e della spontaneità che mi aiuterebbe a non pensare a ciò che dico/scrivo. Se voi riuscite a stilare due righe esaurienti, è perché siete mossi da una leggerezza (non in senso spregiativo) che invece io non ho mai posseduto. Dall’altra nemmeno voglio comportarmi in altro modo. Mi sta molto a cuore rispondere alle mail o ai post nei minimi particolari, senza lasciar cadere alcuno spunto di conversazione o di riflessione tra quelli che mi vengono offerti. Quando dunque intraprendo una corrispondenza, intendo proseguirla nel rispetto dei bisogni e delle aspettative dell’interlocutore, ma anche senza venire meno alla mia esigenza di completezza.
Forse questo denota un po’ di egoismo, però non mi si può tacciare di indifferenza verso gli altri, giacché dedico loro tutta l’attenzione possibile.
Non sono invece d’accordo con l’idea che sia meglio un commentino scarno che il non dare alcuna notizia. Il silenzio o lo si mantiene come uso eloquente del linguaggio (strumento di offesa, comunicazione con l’ambiente, incremento della capacita di ascolto, ecc.), oppure lo si riempie in modo costruttivo. E, almeno per me, quest’ultima ipotesi richiede tempo.

Citazione :
Poi vabbé so di starti tediando con questi discorsi... sembrerò l'amica che fa la maestra dell'asilo che prova a dare consigli all'aspirante professore universitario. Dai, sai come la penso quindi mi zittisco.
Spesso le maestre dell’asilo sono più sagge dei professori universitari, per cui il paragone non funziona troppo bene! Battute tristi a parte, la tua è una protesta legittima, soprattutto se si constata che ho impiegato quasi due mesi per spedirti il messaggio di posta elettronica. E non mi annoia sentirtela ripetere. Vorrei solo che tu cercassi di capire che non mi comporto così per dare sfogo ad una verbosità sfrenata, ma a causa di qualche limite e dell’osservanza di alcuni principi.
Il motivo per cui nell’ultimo periodo sono stato particolarmente lento è – come sai già – l’impegno che avevo preso con una mia amica per la traduzione di un saggio. Le serviva al fine di pubblicare un articolo che doveva consegnare in poche settimane. Ora che ho assolto questo compito, posso tornare alla corrispondenza con la stessa dedizione del passato, solo che ci vorrà del tempo per disarenarla dalla palude in cui l’ho fatta invischiare. (Oltre a te, anche altre due mie amiche non mi sentono da mesi). Nel tentativo di rimediare in breve tempo, mi sto costringendo a rimanere sveglio tutti i giorni fino ad oltre la mezzanotte.

Citazione :
Ripartendo dall'inizio hai detto cose molto interessanti, ma alcune a mio avviso assolutamente lontane dalla realtà: è così difficile trovare maestri, non c'è molta volontà di essere il protettore dello studente, a quello che mi pare giudicando dalla mia università ( e dal liceo )
Ti faccio una domanda. Quella a cui mi tacci di essermi allontanato, è la realtà dei defunti o la realtà dei vivi? Tu che hai letto Le anime morte di Gogol saprai a quale tipo di universo concettuale mi sto richiamando.
Almeno adesso che me lo posso permettere – perché la mente mi funziona e perché non rischio di danneggiare qualcuno per sostenere le mie idee – parlo o di come le cose dovrebbero essere (se reputo di aver compreso qualcosa di vero), oppure di come vorrei che esse fossero (se mi imbatto in delle entità o dei comportamenti che trovo moralmente/esteticamente sgradevoli). Credo che la mia riflessione sull’insegnamento ricada nella prima categoria, anche se ha bisogno di essere sviluppata e difesa con argomenti più validi. A constatare come funziona la realtà morta siamo buoni tutti, per cui gli sforzi devono essere interessati a cercare di ravvivarla, o quanto meno a immaginarne una migliore.
Che essa possa essere mutata in meglio è uno dei miei pochi punti di riferimento. Quanto alla sua esistenza effettiva, comincio a nutrire qualche serio dubbio. (Non ti preoccupare, non mi sto avviando verso la strada di Matrix o dei “cervelli in una vasca” di Putnam. Con “esistenza” intendo qualcosa di molto diverso dalla mera sussistenza, cioè molto semplicemente la capacità di instaurare un rapporto genuino e felice con il mondo. Gli uomini, almeno in questo secolo, sembrano non curarsene troppo).

Citazione :
Ti faccio due esempi tratti dalla mia vita di liceale.
Il mio professore di filosofia era un vero fisso, era il vero adulto amico dei ragazzi. Però a parte il fatto che faceva il nostro amico sotto sotto ci considerava degli idioti incapaci di ragionare, lo si capiva benissimo perché mi ha sempre sconsigliato di iscrivermi a filosofia ( benché fossi quella che nella classe aveva i voti più alti ). A me piaceva, e siccome abitavamo vicini a volte ci capitava di fare la strada da casa a scuola insieme e chiacchierare del più e del meno, però penso proprio che non mi abbia mai ritenuta ( né me né gli altri ) degna di ricevere l'insegnamento di cui tu parli.
L'altro caso è del mio professore di pittura, una persone terribile piena di sé, un gradasso muscoloso che si vantava di quanto era bello e alternativo da giovane e passava le giornate a raccontarci in che posti ha esposto quadri, quanto i suoi ex studenti abbiano fatto successo ecc ecc, al contrario dell'altro lui seguiva molto gli studenti, si impegnava perché i disegni risultassero il meglio possibile e talvolta metteva pure le mani sui quadri ( cosa che ovviamente io non ho mai lasciato fare ) e cercava di guadagnarsi seguaci, aveva un'ambizione sfrenata per procurarsi studenti che lo considerassero il loro maestro in assoluto ( io penso solo per ottenere lodi per il suo orgoglio ).
C'è chi non vuole fare da maestro e chi lo vuole fare senza interesse per lo studente.
E c'è chi vuole fare il professore perché gli è capitato così, quando ancora gli insegnanti venivano pagati poteva essere un buon lavoro no?
La risposta che ti posso dare è questa, cominciando dalla fine del tuo intervento.
Secondo me non può “capitare” che qualcuno diventi docente solo perché gli si è offerta l’opportunità di guadagnare dei soldi. La selezione di questa figura dovrebbe essere molto attenta, quasi intrapresa con paura. Dovrebbe basare i suoi criteri di assunzione non tanto sulle conoscenze e sui titoli conseguiti (questi li potrebbe ottenere anche un robot o un delinquente dello spirito), ma sull’interesse e sulla volontà di diventare un buon educatore. La SSIS e le prove concorsuali non osservano nulla di tutto ciò, per cui sotto alcuni aspetti sono contento che le graduatorie siano ferme da mesi e che si stia limitando sempre più l’accesso alle scuole. Il fatto che uno oggi possa insegnare contro voglia per il proprio sostentamento o perché la fortuna lo ha favorito-costretto, è sintomo del degrado a cui la nostra società è arrivata.
L’istruzione non rientra tra le professioni, entro cui non sono nemmeno comprese la scrittura, la recitazione, la filosofia e quant’altro. Considerarle tali significherebbe impoverirle, renderle strumentali, produttive in un senso deteriore (cioè associate ad un incremento economico), e perciò nullificare la loro capacità di trascendimento dei limiti, propri e dei fruitori. Sono piuttosto dei mestieri che richiedono un certo grado di sensibilità, moralità integerrima e propensione, perché se esercitati male possono diventare molto pericolosi. Qui non si sta infatti parlando di attività che hanno a che fare con qualcosa di secondario o accidentale: esse toccano direttamente le anime, da cui fluiscono sia i processi cognitivi che quelli vitali, e hanno dunque il potere ambiguo di intensificarle come di addormentarle, di entusiasmarle o di instupidirle. Con i giovani bisogna andare molto più cauti, perché sono ancora ad uno stadio psichico informe e in costante subbuglio.
Spingendo il discorso all’estremo, dovrebbe essere il maestro (lo scrittore, l’attore, ecc.) a pagare l’allievo (il lettore, lo spettatore, ecc.) per la grande responsabilità che gli viene accordata, e per la fiducia nella sua capacità di poterlo rendere migliore. Visto che però, come avevo detto nel post precedente, il legame maestro-discepolo autentico non è unilaterale – è sempre un rapporto maestro-maestro – ogni vincolo di natura economica viene soppresso, resta solo il superamento reciproco. (E in questo modo muovo anche una critica al libro La lezione dei maestri di Steiner, da cui ho desunto la premessa del pagamento dell’allievo). Un’eccezione è costituita dai sofisti, che pure restano i più grandi educatori della storia; ma preferisco rimandare il dialogo con questi personaggi straordinari ad un’altra occasione. Bisognerebbe a mio avviso parlare loro con lentezza, perché possono aiutarci a ripensare per intero il nostro sistema educativo.
Detto questo, penso che l’accettare per i motivi sopraddetti un posto da insegnante, sarebbe come rubare o – quando un gruppo di giovani malleabili viene concesso a individui particolarmente riprovevoli – uccidere. Faccio un esempio che funziona solo parzialmente ed è forse bizzarro, ma che giustifica quello che sto sostenendo.
Immaginiamo che mi si avvicini il direttore di un’impresa edilizia e mi proponga di lavorare come architetto presso la sua sede. Lui ha bisogno di un rappresentante fantoccio che venga pagato meno di un professionista scomodo, mentre io non ho la possibilità di poter trovare un’altra fonte di mantenimento. Il mio unico compito sarà quello di firmare delle carte e apporre il sigillo su alcuni progetti edilizi. Le possibilità che io possa giovare realmente alla cittadinanza sono pressoché nulle, ma altrettanto difficili sono i rischi di crollo dei palazzi di cui consento la realizzazione. In altre parole, i progetti che devo far passare non migliorano lo stato di cose, ma nemmeno lo peggiorano. E nei rari casi in cui dovesse verificarsi un disastro, ho la certezza di poterla fare franca, perché il direttore mi assicura che convincerà gli altri del fatto che non ho alcuna responsabilità di una tale rovina, potendola imputare al materiale da costruzione, alla scarsa preparazione degli operai, ecc. Bene, per rispetto degli architetti motivati e delle persone che andranno ad abitare nelle case o usufruiranno degli edifici pubblici, non me ne approfitterei e mi lascerei morire di fame. Oppure farei qualche mestiere semplice, come l’addetto ai fornelli del da McDonald’s.
Lo stesso discorso vale, in forma lievemente diversa, per i tuoi vecchi “maestri”. Piuttosto che ricoprire il ruolo di docente senza avere attitudine e “contenuti” da insegnare, limitandosi a fare quanto gli è richiesto dalla scuola (alias: programma ministeriale) e rischiando di rovinare l’anima di un solo studente (a cui si può sempre attribuire la colpa o per alcune sue mancanze, o per i tempi travagliati, o per l’inefficacia del sistema educativo che gli è capitato in sorte), essi avrebbero dovuto evitare di accettare la cattedra liceale quando gli si era presentata l’occasione. Quanto meno passando il tempo a servire i Cheeseburgers avrebbero appreso un po’ di umiltà.
Forse come mio solito eccedo nella mia verve polemica. Il secondo docente poteva nascondere dietro la sua vanità un genuino interesse per i suoi discepoli. Voi studenti potevate benissimo contrastare questo suo cattivo abito caratteriale senza troppe difficoltà e aiutarlo a superare le debolezze che lo affliggevano. Invece, il primo mi sembrava il classico tipo furbo e animato da un arrivismo mansueto (un Callicle, per dire così), perché dalla tua descrizione non mi è parso esercitare una sincera cura all’educazione e alla libertà consapevole della nuova generazione.
Concludo riaffermando una seconda volta che quando espongo le mie idee, lo faccio per progettare una realtà viva e non per registrare una datità morta. Se poi sia possibile realizzarla è un altro discorso, perché tra i suoi requisiti c’è quello contro-intuitivo di assumersi consapevolmente lo stare male. Non voglio arrivare ad aggiungere «e lo stare male degli altri», perché sarebbe una violenza e un’imposizione che: A) non mi posso permettere, visto che potrei aver sostenuto qualcosa di falso o sbagliato, se non di falso e, B) non serve a nulla, bisogna piuttosto persuadere gli altri a soffrire per loro propria decisione e avendo a cuore il benessere universale.

Citazione :
Ma ci sono anche gli studenti che non vogliono maestri, che preferiscono far tutto da soli. E questo, mio caro, talvolta è perché le persone si sentono già sapienti ( il contrario di quello che tu dici ) se ci pensi Socrate è famoso ancora oggi per aver detto essere un ignorante
il mio professore di pittura, si considerava al 100% migliore di altri, il mio professore di filosofia, ci considerava invece peggiori
Può darsi che abbia letto male questa tua obiezione, ma ti assicuro che nella mia riflessione precedente l’avevo prevista e credo risolta (forse debolmente). Cerca la frase «sia Senza che questo individuo imprecisato ritengono infatti che non esiste maestro migliore di loro stessi» ed il suo successivo sviluppo. Quello che ti concedo è che non ho espresso questo pensiero con chiarezza, troppo preso dalla furia di raccogliere degli spunti di discussione e di proporre una provvisoria soluzione al problema.
Il discorso su Socrate è molto complesso, e non può essere liquidato con un giudizio così leggero – questa volta l’accezione di significato del termine è negativa. Ti dico solo che lui fondava la sua professione d’insipienza su delle premesse forti e sotto alcuni aspetti perfino dogmatiche, per cui dire che egli «è famoso ancora oggi per aver detto essere un ignorante» è una banalizzazione.

Citazione :
Purtroppo se fai l'università devi pur trovare qualcuno che ti faccia da relatore, e non è detto che quello di volere un maestro sia il criterio più scelto.
E poi, il criterio di accontentare la commissione rischia di essere prevalente in molte persone. magari per le materie umanistiche è diverso, ma pensa a quelle persone che scelgono una facoltà senza avere passione ma solo in vista del lavoro futuro... E poi è pieno di studenti che entrano all'università entusiasti e poi invece dopo 3 4 5 anni non vedono l'ora di aver finito e fanno la tesi perché è obbligatorio farla. Anche io oggi ad esempio preferirei andare al mare o fare indigestione di gelato invece che ricopiare a computer citazioni di Adorno con numero e pagina seguendo tutta la sua punteggiatura impossibile!
Su questa tua considerazione non ho nulla da eccepire e ne riconosco la fondatezza. Ma come prima, mi permetto di adottare quale difesa un’autocitazione: «Ovviamente, non sto parlando in senso assoluto. Bisogna sempre operare delle distinzioni, perché non tutti quelli che si rivolgono alla stessa persona sono mossi dagli identici motivi». Odio ripetermi e soprattutto avvalermi di cose vecchie, perché fa credere che io consideri come risultati definitivi quelli che sono dichiarazioni d’intenti. Ma in questo frangente non mi faccio remore, perché mi viene recriminato quello che non ho mai ignorato.

Citazione :
E ora veniamo alla distinzione tra frase 1 e 2 ( quella della drogheria e del latte )
non c'è dubbio che io scriva nell'1, il 2 anche se più chiaro è noioso, l'interesse scema, l'1 è meglio perchè essendo un po' contorto costringe a fare attenzione e dunque a buttarsi meglio nella lettura
ma sai che mi è piaciuta molto la descrizione delle due forme? l'ho trovata quasi comica ( sopratutto per quanto hai scritto in proposito del riferimento alla cugina ) ma in fin dei conti, volevo chiederti: e tu quale preferisci? non in questo caso ma in generale
Beh, son felice che tu abbia trovato quasi comico il richiamo alla cugina, perché avevo scelto intenzionalmente di usare un esempio buffo in modo sottile. Vuol dire che le strategie retoriche che tento di applicare da anni sono sul punto di cominciare a funzionare.
Alla tua domanda, rispondo che secondo me non bisogna preferire nulla, ma saper applicare entrambe le fraseologie. Ci sono dei pensieri che per loro natura perdono di ricchezza, non appena vengono esposti con troppa chiarezza. Viceversa, alcuni obiettivi risultano irraggiungibili, quando i loro passi non sono suggellati da un linguaggio limpido e preciso. Per fare un esempio, se devo fissare delle premesse o compiere una ricostruzione filologica preliminare userei la prima modalità, mentre se desidero esporre dei legami complessi mi avvalerei della seconda. In generale, però, preferisco intuire quale tra le due (in realtà sarebbero infinite, ma lasciamo stare) modalità è la più efficaci a seconda delle circostanze. In questo post, non a caso, ho alternato la frase secca e la costruzione di periodi molto lunghi, con incisi e subordinate accatastate le une sopra le altre.

Citazione :
Comunque i tuoi appunti sono stati ancora una volta utili e ne farò tesoro, anzi mi propongo di rileggerli tra un po' e farmeli entrare bene in testa, magari non seguirò nessuno dei tuoi consigli ma almeno ho potuto confrontarmi con uno che ci è già passato ma se lo ricorda ben bene
quindi ora ti saluto e ti auguro una buona giornata
Prego! Anche se non capisco a cosa ti serva chiedere consigli se già in principio ritieni che non ne avrai bisogno. Per mia fortuna, so che questo tuo atteggiamento sprezzante è molto spesso frutto di un gioco, altrimenti mi sarei risentito abbastanza.
Buona giornata anche a te! Con amicizia e a presto,

Enrico.
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